"12 anni schiavo" è il film che, insieme a "Gravity", ha guadagnato il maggior numero di candidature in questa edizione dei premi Oscar e quello che, stando alle previsioni, dovrebbe fare incetta di vittorie: impossibile non guardarlo, quindi.
Il film è tratto dall'autobiografia di Solomon Northup, uomo libero e di colore negli Stati Uniti del 1841, che cade vittima del raggiro di due sedicenti artisti e, per questo, si ritrova in schiavitù, senza la possibilità di comunicare con i suoi cari o di poter dimostrare la sua condizione libera. E in schiavitù, a lavorare nelle piantagioni, resterà per i seguenti 12 anni, fino a che l'incontro con un abolizionista canadese gli permetterà di riacquistare la vita perduta.
Una pellicola che scandisce un'odissea personale, quindi, che è anche, allo stesso tempo, il racconto del dramma di una popolazione intera. E che evidenzia come l'ingiustizia sia profondamente radicata nella nostra vita e fino a che punto l'essere umano possa diventare crudele nei confronti dei propri simili.
Un film che vuole essere di denuncia, che vuole provocare indigniazione e riflessione nello spettatore e che persegue l'obiettivo servendosi di una regia (azzeccata) schietta, distaccata ed oggettiva.
Personalmente il film mi è piaciuto, pur non trovandolo particolarmente originale: sullo stesso argomento preferisco molto di più la fanta-storia di Quentin Tarantino in "Django Unchained", ma è questione di gusti personali.
Tra le candidature principali, "12 anni schiavo" si è aggiudicato una nomination come "miglior film", "miglior attore protagonista", "miglior sceneggiatura non originale", "miglior attrice non protagonista", "miglior attore non protagonista", "migliori costumi" e "miglior montaggio".
Vittoria facile (e annunciata) senz'altro come "miglior film", "miglior sceneggiatura non originale", "miglior attrice non protagonista".
Per quanto riguarda la categoria "miglior film" però, che è poi quella più importante a conti fatti, la vittoria, pur data per certa, non mi sembra così scontata. Il film nel complesso è accademico, classico, perfettamente nei canoni. Certo, storia ed intento sono pregevolissimi, ma non si può premiare un film solo per questo. A mio avviso, "Gravity" apporta molto di più alla cinematografia attuale, innova, rischia e, proprio per questo, meriterebbe maggiormente di essere premiato.
Vedremo domenica come la penseranno i membri dell'Academy.
Alimentata a caffè, scrivo cose su Nerdando.com e diffondo l'arte della scherma nel circolo Teate Scherma Chieti. "Mi piace il cinema, e parecchio", amo la natura solitaria e non dico mai no a un buon bicchiere di vino. Il mio cervello viaggia in continuazione e in questo spazio racconto le mie passioni e il mio mondo.
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lunedì 24 febbraio 2014
12 anni schiavo
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giovedì 13 febbraio 2014
Dallas Buyers Club
Con estremo ritardo, finalmente ho iniziato a guardare i film candidati ai prossimi Premi Oscar e, per inaugurare il ciclo, ho guardato "Dallas Buyers Club": pellicola "calda", considerato che è presente tra i candidati nelle categorie "miglior film", "miglior attore protagonista", "miglior attore non protagonista" e "miglior sceneggiatura originale".
La storia è quella di Ron Woodroof, texano duro e puro che scopre di essere malato di AIDS. La sua reazione, inizialmente, è quella del rifiuto, poi della disperazione. Farà di tutto per accaparrarsi la medicina sperimentale tanto spinta dall'associazione farmaceutica statunitense, anche finire in Messico. Qui, l'incontro con un medico senza più licenza e la scoperta che la FDA si preoccupa più dei suoi interessi economici che dell'effettiva cura dei pazienti, lo porteranno a reagire e a decidere di fare, a modo suo, qualcosa di buono per tutti i malati senza speranza come lui.
Partivo piuttosto prevenuta, lo devo ammettere... Temevo si trattasse dell'ennesima pellicola strappa lacrime-facili, di quelle che sfruttano un tema dal forte impatto emotivo sugli spettatori come può essere l'AIDS. Niente di più lontano da questo film, invece. Nessun pietismo o particolare enfasi sugli aspetti patetici della vicenda, anzi. La storia (vera) viene rappresentata con l'oggettività più estrema, quasi con distacco, ed il regista è bravo nel non facile compito, vista la tematica, di non esagerare, limitandosi a raccontare la vicenda ed affidando il carico emotivo solamente alla bravura degli interpreti.
E qui arriviamo all'altro aspetto che mi lasciava perplessa, prima di guardare il film: Matthew McConaughey. Non sono mai stata una sua particolare estimatrice, anzi, non mi è proprio mai piaciuto, ad essere sinceri. Ma, in questo caso, ho dovuto ricredermi, Matthew ha deciso di dimostrarci di essere un attore e ci è riuscito in pieno. C'è un solo aggettivo per descriverlo in questo film: immenso. Il suo ritratto del texano rozzo e ignorante è impeccabile, senza sbavature. E lo stesso si può dire per tutta l'evoluzione del personaggio, attraverso le fasi della malattia e del suo percorso nell'affrontarla. Non ho ancora guardato le perfomances degli altri candidati nella categoria "miglior attore protagonista", ma mi è bastato vedere lui per rendermi conto che non ce ne sarà per nessuno: per me, è lui il vincitore.
Altro vincitore annunciato è Jared Leto e, anche nel suo caso, sono sicura che si aggiudicherà la statuetta: il suo transessuale Ray è tenero e perfetto.
Di sicuro il punto di forza del film sta negli attori ed è in queste categorie che, a mio avviso, la pellicola otterrà soddisfazione agli Oscar. Qualcosa manca, invece, per aggiudicarsi l'ambito premio di "miglior film".
Nella categoria "miglior sceneggiatura originale", invece, ha buone chances ma rimando il mio parere a dopo che avrò visto "Nebraska": la lotta, secondo me, sarà tra questi due film e, essendo una grande fan di Alexander Payne, ammetto che tifo per lui.
Perchè guardarlo: La bravura degli attori. Matthew McConaughey e Jared Leto, da soli, valgono il prezzo del biglietto.
La storia è quella di Ron Woodroof, texano duro e puro che scopre di essere malato di AIDS. La sua reazione, inizialmente, è quella del rifiuto, poi della disperazione. Farà di tutto per accaparrarsi la medicina sperimentale tanto spinta dall'associazione farmaceutica statunitense, anche finire in Messico. Qui, l'incontro con un medico senza più licenza e la scoperta che la FDA si preoccupa più dei suoi interessi economici che dell'effettiva cura dei pazienti, lo porteranno a reagire e a decidere di fare, a modo suo, qualcosa di buono per tutti i malati senza speranza come lui.
Partivo piuttosto prevenuta, lo devo ammettere... Temevo si trattasse dell'ennesima pellicola strappa lacrime-facili, di quelle che sfruttano un tema dal forte impatto emotivo sugli spettatori come può essere l'AIDS. Niente di più lontano da questo film, invece. Nessun pietismo o particolare enfasi sugli aspetti patetici della vicenda, anzi. La storia (vera) viene rappresentata con l'oggettività più estrema, quasi con distacco, ed il regista è bravo nel non facile compito, vista la tematica, di non esagerare, limitandosi a raccontare la vicenda ed affidando il carico emotivo solamente alla bravura degli interpreti.
E qui arriviamo all'altro aspetto che mi lasciava perplessa, prima di guardare il film: Matthew McConaughey. Non sono mai stata una sua particolare estimatrice, anzi, non mi è proprio mai piaciuto, ad essere sinceri. Ma, in questo caso, ho dovuto ricredermi, Matthew ha deciso di dimostrarci di essere un attore e ci è riuscito in pieno. C'è un solo aggettivo per descriverlo in questo film: immenso. Il suo ritratto del texano rozzo e ignorante è impeccabile, senza sbavature. E lo stesso si può dire per tutta l'evoluzione del personaggio, attraverso le fasi della malattia e del suo percorso nell'affrontarla. Non ho ancora guardato le perfomances degli altri candidati nella categoria "miglior attore protagonista", ma mi è bastato vedere lui per rendermi conto che non ce ne sarà per nessuno: per me, è lui il vincitore.
Altro vincitore annunciato è Jared Leto e, anche nel suo caso, sono sicura che si aggiudicherà la statuetta: il suo transessuale Ray è tenero e perfetto.
Di sicuro il punto di forza del film sta negli attori ed è in queste categorie che, a mio avviso, la pellicola otterrà soddisfazione agli Oscar. Qualcosa manca, invece, per aggiudicarsi l'ambito premio di "miglior film".
Nella categoria "miglior sceneggiatura originale", invece, ha buone chances ma rimando il mio parere a dopo che avrò visto "Nebraska": la lotta, secondo me, sarà tra questi due film e, essendo una grande fan di Alexander Payne, ammetto che tifo per lui.
Perchè guardarlo: La bravura degli attori. Matthew McConaughey e Jared Leto, da soli, valgono il prezzo del biglietto.
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